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ALLA RICERCA DELLE DIFESE ANTISBARCO NELL’ORISTANESE: INTERVISTA A ROBERTO D’ANDREA

Settembre, nella storia del Novecento italiano, è un vero e proprio spartiacque. Infatti, proprio ottantadue anni fa, l’Italia uscì ufficialmente di scena dal più grande conflitto armato della storia, la Seconda guerra mondiale, in cui era entrata 39 mesi prima con la prospettiva di poter lucrare terre e potenza sfruttando le schiaccianti vittorie dell’allora invincibile Germania nazista. E lo fece nella maniera peggiore possibile: poco prima delle ore 20 infatti i sudditi del re Vittorio Emanuele III poterono ascoltare il comunicato, trasmesso dall’EIAR, del capo del governo, maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, con cui si annunciava l’armistizio e, conseguentemente, quello che poi diventò un vero e proprio capovolgimento delle alleanze. La sua conclusiva, incredibilmente contorta affermazione appare degna dell’Orson Welles della ‘Guerra dei mondi’ : “le forze italiane… reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. “Signor Colonnello, tenente Innocenzi. Accade una cosa incredibile! I tedeschi si sono alleati con gli americani!… No! Allora tutto è finito! Ma non potreste avvertire i tedeschi che stanno continuando a sparare?… Quali sono gli ordini!?!?!?”, così Comencini, Fondato, Age & Scarpelli descrissero nella famosa battuta affidata all’incredulo ufficiale italiano, interpretato da Sordi, la sorpresa ed il successivo sbandamento di gran parte delle nostre forze armate poste di fronte all’improvviso, repentino epilogo del conflitto.
Il risultato concreto di questi maldestri atti di governo fu, se non proprio la morte della Patria, sicuramente la sua retrocessione nella stima dei suoi stessi figli, diventati servi di due stati-fantoccio delle potenze occupanti, e poi anche protagonisti di una lacerante guerra civile tra chi comprese che occorreva comunque voltare pagina e chi, invece, preferì inseguire la retorica della “bella morte”, che spesso tale non fu.
Per fortuna la nostra Sardegna, pur colpita ripetutamente e pesantemente dai raid aerei alleati, fu risparmiata dalla sciagura della guerra guerreggiata sul proprio suolo. Infatti, nonostante gli anglo-americani fin dalla seconda metà del 1940 avessero studiato le possibilità di uno sbarco in forze nell’isola – Operazione Brimstone -, alla fine scelsero la Sicilia. Né ci fu uno scontro tra il Regio Esercito e le forze tedesche dislocate in Sardegna, in particolare la temibile 90. Panzergrenadier-Division. Fortunatamente per i Sardi Kesselring, comandante tedesco del fronte Sud, ordinò il ritiro delle truppe tedesche dalla Sardegna e dalla Corsica per rinforzare lo schieramento nella penisola. Conseguentemente il generale Lungershausen, che comandava la suddetta 90. div. tedesca, si accordò con il generale Antonio Basso, all’epoca comandante militare e civile della Sardegna, per una evacuazione incruenta delle truppe germaniche dirette prima in Corsica e da lì sul Continente. Un accordo che, a parte qualche estemporaneo anche se violento scontro locale (al Ponti Mannu di Oristano e, soprattutto, a La Maddalena, dove si conto’ complessivamente un centinaio tra morti e feriti), sostanzialmente resse, anche se poi costò allo stesso Basso ed a un suo sottoposto, il generale Castagna, un processo per omessa esecuzione di un ordine, con 22 mesi di detenzione e rischio di fucilazione. L’ordine era quello di annientare le forze tedesche.
Di questa guerra, accanto ai ricordi, alle memorie, alle foto sbiadite, rimangono anche in Sardegna tracce materiali ancora ben visibili. Infatti, a parte alcune infrastrutture, la cui attività è poi proseguita e prosegue con tutte le trasformazioni conseguenti – mi riferisco in particolare ad alcuni aeroporti e scali portuali – sono tanti i manufatti realizzati in quel periodo, soprattutto in funzione antiaerea o di difesa da possibili sbarchi nemici. Da questo punto di vista una delle zone considerate più a rischio era proprio l’Oristanese. Perciò, proprio sotto il comando di Basso, anche qui da noi, compatibilmente con le scarse disponibilità di materiali e anche di armi, si iniziò la realizzazione di una serie di apprestamenti difensivi almeno nei punti giudicati più deboli. Ovviamente nulla di paragonabile alle poderose fortificazioni del Vallo Atlantico, della cui imponenza possiamo ancor oggi pienamente renderci conto. Si trattò soprattutto di postazioni di mitragliatrici o anche di artiglieria, più o meno mimetizzate, di fortini monoarma o anche pluriarma (fucili mitragliatori Breda, mitragliatrici, oppure in qualche caso anche il mitico “elefantino” da 47 mm), di locali di ricovero o di deposito ecc. Queste opere, una volta concluso il conflitto, o sono state smantellate per far posto ad altre infrastrutture oppure dimenticate, tranne da coloro che, per necessità, ci hanno trovato un riparo per quanto molto angusto.
Tuttavia, da alcuni decenni, anche in Sardegna l’interesse per la storia militare più recente e la ricerca nel territorio delle testimonianze di quei drammatici anni, ha iniziato a diffondersi. E sta crescendo anche il numero di coloro che vorrebbero salvaguardare queste stesse testimonianze.
Così ad Oristano ormai da diversi anni, un gruppo di appassionati sta dandosi da fare per riportare alla luce quella che era una vera e propria linea di difesa costiera, con risultati incoraggianti. Ecco cosa ci ha dichiarato, Roberto D’Andrea, che di questo gruppo è uno dei promotori e che a tale ricerca si dedica ormai da molto tempo: “Al litorale di Oristano e, in particolare, a Torregrande chi all’epoca si occupava di pianificare la difesa della Sardegna, ha dedicato particolare attenzione considerandolo non solo uno dei punti più vulnerabili ma anche a maggiore rischio di sbarco per via della sua posizione di snodo stradale e ferroviario al centro dell’isola. Così, soprattutto nel 1942 e nel 1943, tutta la parte costiera tra Cabras e Terralba fu protetta da opere difensive di varia tipologia e funzione. Già mio padre, che a Torregrande visse fin dal secondo dopoguerra, mi raccontò che la borgata fronte mare era piena di apprestamenti difensivi di diverso tipo. Poi, già dagli anni ’50, quando fu impiantata la pineta, molte di queste opere iniziarono a scomparire. Purtroppo attualmente di visibile è rimasto davvero poco. Ma, se si va a cercare con un certo criterio, le sorprese non mancano. Noi per esempio, armati solo di passione e con pochi mezzi, abbiamo individuato e riportato alla luce alcune di queste postazioni”.
L’auspicio di Roberto è quello di poter espandere la ricerca e magari di ricostruire a beneficio non solo degli appassionati quello che era il sistema difensivo approntato in quegli anni: “Si potrebbe iniziare – ha sottolineato D’Andrea – salvaguardando adeguatamente e valorizzando le opere di fortificazione ancora in buono stato per aprirle al pubblico. Non sono poche, sono interessanti e spesso si trovano in punti molto belli anche dal punto di vista naturalistico“.   ADRIANO SITZIA

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